venerdì, settembre 29, 2006

Fresher's Week


Sta finalmente giungendo a termine la "settimana delle matricole" (Fresher Week), cioe' quella insana settimana in cui l'universita'e le associazioni cercano di introdurre gli spaesati nuovi studenti alla nuova vita. essendo gia' stato parzialmente immunizzato da quella vissuta a Manchester, ne sono uscito abbastanza incolume.
La Fresher Week e' caratterizzata prima di tutto dalle feste. Io mi sono imposto di frequentarne alcune. Domenica e lunedi' ho tenuto il ritmo ma poi martedi' ho dato forfait, abbandonando la sala per una molto piu' gratificante passeggiata serale fino a Westminster.
Ma la cosa piu' pericolosa e divertente durante la Fresher week e' la Fiera delle Student Societies, associazioni studentesche che allestiscono banchetti per attrarre nuovi adepti. Essendo la LSE estremamente variegata in quanto nazionalita' degli studenti, la maggior parte sono associazioni nazionali. Gira voce che la Societa' degli Studenti di Singapore si ritrovi per masticare chewing-gum insieme. La "Russian Business Society" si presentava con un banchetto in cui due loschi figuri fumavano sigari e bevevano vodka, sventolando bandiere russe. La "feminist society" non mi ha convinto. La "Take-won-do" society non ha apprezzato il mio "round kick" e quindi non mi hanno accettato. La "Gym" Society non mi ha trovato abbastanza atletico, e la associazione comunista mi ha prematuramente giudicato come troppo rutelliano per i loro standard. La "Chinese Development Society", beh, li attorno c'era troppa gente e non sono neanche riuscito ad avvicinarmi a causa della ressa.
Mi chiedevo a chi potessi affiliarmi. Come mai gli italiani non si costituiscono in associazione? E quando me ne stavo per tornare a casa sconsolato, si e' aperta la porta dell'ascensore e all'interno ho trovato il volantino della Italian Society che e' possibile ammirare nella foto (faccio notare che l'ascensore e' un posto in cui non si possono attaccare volantini...). Il volantino espone una foto della famosa testata di Zidane, e reca la scritta "Unisciti alla Italian Society, e impara come vincere la coppa del mondo".
Ma perche'? Perche' i miei peggiori pregiudizi devono essere sempre e comunque confermati? Perche' dobbiamo farci odiare dal mondo? Non possiamo vivere in pace con il resto del mondo, come fanno ad esempio i polacchi (a parte gli idraulici polacchi, molto temuti) o gli islandesi.

P.S. come temevo fin dal momento in cui ho visto Zidane tirare la testata in quella magica serata di luglio, la vittoria nella coppa del Mondo e' stata deleteria per il mio status di italiano. E' stata una vittoria all'italiana. Un po' sporca. Di conseguenza, oltre all'astio di una bella ragazza francese di nome Sophie, la cui conversazione con me e' degenerata al nome di Materazzi, anche Americani e Tedeschi sono abbastanza ostili. Un ragazzo del Colorado mi ha chiesto: "ma e' vero che i calciatori italiani si buttano sempre a terra e recitano come degli attori?". Naturalmente ho dovuto confermare

mercoledì, settembre 27, 2006

La lotta per il controllo del frigorifero

E' da poco arrivato nella stanza adiacente alla mia l'ultimo inquilino del mio corridoio, che e' quindi da adesso popolato da (in ordine di numero di stanza):
- 1 ragazzo italiano, cioe' io
- 1 olandese, cioe' il mio compagno di stanza Erwin, alias il "gigante buono boero",
- 1 ragazzo americano di nome Josh, proveniente da una qualche cittadina vicina a New York, e che sembra vagamente uno dei soldati americani in Full Metal Jacket, quelli con lo sguardo tonto e il fisico da giocatori di football, per intenderci
- 1 ragazza cinese (o almeno penso. Non glielo ho chiesto, ma ormai ho occhio per i "musi gialli"). L'ho incrociata una volta ma penso che la rivedro' ancora solo fra un anno, visto che da buona cinese se ne rimane chiusa in camera a studiare economia tra le 18 e le 24 ore al giorno, senza farsi notare, fino a poi emergere fra un po' per dominare il mondo.
- 1 ragazza italiana (economista, di Torino. Simpatica e carina)
- 1 ragazzo di Singapore (tipico personaggio da Manga). P.S. quelli di Singapore sono tantissimi qui.
- 1 ragazza indiana, cioe' la mia mascotte Rashmi, a cui i ladri sono entrati in camera l'altra sera mentre nello studentato imperversava una festa di benvenuto, rubandole passaporto e 2000 euro in contanti. Le uniche impronte che la polizia ha ritrovato sono le mie, ma per ora non e' stata emessa nessuna ordinanza restrittiva a mio carico
- 1 altra ragazza indiana, anche lei economista e anche lei futura milionaria
- 1 ragazzo indiano con seri problemi di ormoni e una voce in falsetto stile "Cugini di campagna"
- 1 ragazzo brasiliano, di nome "Dimitri", non perche' le sue origini siano russe, ma solo perche' il padre era moderatamente comunista e il nonno estremamente comunista, e, come lui ha ammesso, si starebbe rivoltando nella tomba se sapesse che il figlio studia economia alla LSE. Comunque un personaggio notevole, con cui spero di avere molto a che fare.

Aggiungo che poi stamattina quando sono entrato in cucina per prepararmi la colazione, ne ho incrociato un altro, maschio, caucasico, capelli scuri, che non ho ben capito dove dorma, ma che e' sfuggito prima che potessi presentarmi.
Se fosse italiano, la sua presenza diventerebbe estremamente importante in quella che e' la vera questione in palio. Cioe', il controllo del frigorifero. Infatti in 10 persone abbiamo un solo frigorifero minuscolo, in cui sono riuscito a trovare un angolo per il chilo di parmigiano reggiano che ho portato in valigia. Sto lavorando per creare un "blocco continentale", che prenda le redini della cucina e faccia da contraltare agli indiani, ora in maggioranza. Posso contare sull'italiana, l'olandese e mi sto lavorando il brasiliano, il quale ha lontane origini polacche. Nel frattempo mi servo della mensa nello studentato, una piacevole sopresa visto che si mangia bene spendendo pochissimo. Immagino che in un paio di settimane saro' comunque arcistufo del cibo inglese.

lunedì, settembre 25, 2006

Giocando agli indiani e ai boeri


Good Morning Italy,
Sono le 10 di mattina e piove. Rapido sguardo fuori dalla finestra della mia camera per capire che l'ombrello non serve. Peggiorerebbe solo le cose dal punto di vista psicologico. La felpa col cappuccio e' sufficiente a non farti sentire la mancanza del sole. Per strada degli operai stoicamente ridipingono tutti i lampioni, che da acciaio spento "fumo di Londra" diventano neri scintillanti. Bella idea.
Penso che a questo punto dovrei parlare del sabato sera e dei coscioni delle inglesi. In verita' mi limito a rimandare alla lettura di qualsiasi post precendente sull'argomento scritto un anno fa a Manchester. Le circonferenze piu' o meno sono le stesse, il pallore pure, la percentuale di carne scoperta e' abbastanza alta ma non ancora altissima, perche' in verita' le inglesi si scoprono veramente solo quando fa molto molto freddo.
Glisso quindi su questo argomento. Questo fine settimana il mio studentato si e' popolato e ho quindi fatto una full immersion di "Hi! My name.. Where're u from?"... Sabato sera passato con due scozzesi, un americano del Colorado con tanto di stivaloni da mandriano, un tedesco sbronzo, e una bella spagnola. Alla ricerca di "cheesy music", che non ho ben capito cosa significhi, ci siamo sbronzati in un disco-pub buio e affollato. Uno di quei posti che alla prima pinta sembrano deprimenti, ma che alla 3-4 pinta diventano i piu' divertenti al mondo. Inghilterra appunto.
Ieri ho invece cominciato a far conoscenza della parte asiatica del mio studentato. Nel mio corridor ho incontrato Rashmi, una ragazza indiana di Dehli, studentessa di finanza e quindi futura billionaria. Simpaticissima, mi ha invitato ad assaggiare la prossima settimana il suo aloo-gobi, che pero' ha confessato di non sapere cucinare. Naturalmente, la passione reciproca per "Sognando Beckham", ci ha fatto citare contemporaneamente la scena del film dove la ragazzina indiana in Inghilterra dice alla madre: "Tutte le ragazze indiane sanno cucinare l'aloo-gobi, ma quante sanno calciare un cross come David Beckham". Ecco, lei e' identica alla protagonista del film e diventera' definitely la mia mascotte nello studentato. Poi la serata di domenica e' continuata sulla terrazza dello studentato, con vista sulla cupola di St. Paul, dove sono stato introdotto alla corte degli altri studenti indiani. Quasi tutti economisti, o giuristi in diritto societario. Molto pratici. Molto piu' espansivi dei cinesi. E assolutamente ridicoli, nel loro accento "a scatti", e nel loro tentativo di spacciare un piatto riscaldato al microonde per "lasagna".
Dulcis in fundo, e' finalmente arrivato il mio compagno di stanza. Non e' cinese. Non e' pakistano. Non e' italiano. Ariano. Anzi di piu'. Boero!!!! (con la gioia di Marcello, che ritrova un po' delle sue origini). Si chiama Erwin, 22 anni, due lauree, e 205 cm di altezza (molto divertente vedere come si dimena in un letto piu' corto di 190 cm). Io giudico sempre le persone a partire da un rapido sguardo dei libri che tengono in camera, e devo dire che lui ha avuto uno dei giudizi piu' positivi che abbia mai dato (anche la libreria di Nik non era male, ma chiaramente e' aquisita dalla madre. Giudizio molto alto anche per quella di Marta). Qui studiera' "Filosofia delle scienza", e questo me lo rende molto umano. Inoltre mi sembra simpatico e malleabile. Penso che a confronto lo sfasciato della camera saro' io.
A proposito di camera, sono entrato nella mia definitiva camera doppia. Non e' un buco, ma neanche una reggia. Come nota positiva, sottolineo il bagno. Immenso. Seconda nota positiva: la connessione internet gratuita e superveloce. Quando il mio MAC tornera' (se il mio MAC tornera'), saro' reperibile su Skype e Messenger. Nota negativa: la tremenda lotta per accaparrarsi il poco spazio disponibile nel frigor e negli scaffali.

Soundtrack della mattina: Revolver - The Beatles

sabato, settembre 23, 2006

O'PPresidente

Per darmi un tono oggi ho conmprato l'Economist. Ottima rivista che in questo numero dedica "solo" 3 articoli a spandere letame sull'Italia. Il piu' gentile porta come titolo "Se l'Italia non riuscira' a mettere ordine nei suoi conti pubblici, la permanenza nell'Euro e' estremamente a rischio".

Comunque tra i vari depliant di cui mi hanno inondato qui in universita', ho scoperto che all'inizio di Novembre verra' a tenere una discussione il distinto Presidente della nostra Repubblica Re Giorgio Napolitano. Sto gia' lucidando le lacrime finte e le bandierine con il tricolore da sventolare al ritmo di "Ohi Vita mia!!!". Quanto amo i clichet sull'Italia e l'Italianitudine!

venerdì, settembre 22, 2006

Londra: Episode II


Sono contento. Sono contento perche' il te' qui ha un altro sapore (Earl Grey naturalmente), anche se in verita’ l'ho portato con me in valigia dall'Italia. Anche la birra inglese mi mancava. Sono contento perche' oggi finalmente piove e tutto e' tornato al suo posto nel mio ordine mentale, dopo due giornate di sole a quasi 30 gradi che mi avevano confuso. Sono contento perche' sono tremendamente a mio agio, in un pezzo di citta' e di mondo che mi e' estraneo ma dove tutto sembra estremamente facile.
Sono arrivato a Londra mercoledi' sera. L'autobus dall'aeroporto mi ha lasciato a Livepool St, nella city. La prima cosa che si nota da li' e' il 30 St. Mary Axe, un grattacielo bellissimo disegnato da Norman Foster, piu' famoso con il nome di "cetriolo" o "vibratore". Attorno la marea di persone che usciva dagli uffici della City e si infilava nei pub o tornava a casa. Poi la corsa in taxi fino allo studentato, ad Islington, quartiere abbastanza centrale di Londra, appena a nord della City e di High Holborn.
Tempo di disfare in qualche modo le valigie, e sono sceso in strada. Cammina verso sud e prima o poi il Tamigi lo trovi (in caso di smarrimento ci sarebbe stata sempre la mia amata e mai-tradita Lonely Planet). E in meno di mezz'ora di cammino ti trovi sul fiume. Di fronte la Tate Modern. Un po' piu' spostati il London Eye e Westminister. Due minuti piu'indietro la sede della LSE, e li vicino Convent Garden.
Tutto e' stranamente facile, e mi sento a mio agio. Pensavo a un anno fa. Al mio arrivo a Manchester. Al momento in cui ho aperto il blog. L'impatto con Manchester era stato difficilissimo. La citta' era chiusa, enigmatica, con un'identita' fortissima e a me estranea. Mi ci sono voluti vari mesi per ambientarmi e infine per amarla. E se e' varo che ancora adesso rimpiango quella citta', Londra potrebbe farmi molto piu' male.
La citta' mi e' sembrata estremamente facile e accogliente perche' non ha un'identita' chiusa. E' un "non-luogo", diceva un mio amico di Genova, che per questo si era categoricamente rifiutato di trasferirsi a Londra. Ho forse e’ semplicemente un luogo aperto. Senza barriere culturali, ma sembra accogliere tutti sotto un velo di Britishness (e questa e' la forza della Gran Bretagna).
Per strada c'e' un atmosfera molto bella. Forse e’ merito di questo scampolo di estate ritardata, che porta le persone a riversarsi per strada. Forse e’ Londra e basta. La zona in cui si trova l’universita’ e’ a meta’ strada tra la Londra ufficiale e quella finanziaria. La giacca e cravatta impera (per fortuna non in facolta’ dove invece gli studenti sono vestiti in modo abbastanza commune). Le donne sembrano tutte essere uscite da una copertina di Vogue, senza pero’ avere il fisico delle modelle di Vogue. Delle ragazze sovrappeso di Manchester che salivano sull’autobus con le loro tute viola, estratte direttamente dagli anni 80, non c’e’ traccia (e un po' e' un peccato). Gli studenti sono pochi (per fortuna), o quanto meno si confondo nel quartiere e nella citta’, in modo da non darmi l’impressione di vivere in un ghetto studentesco, come era Manchester e come in fondo e’ Bologna. L’universita’ sembra invece solo appoggiarsi sulla citta’, senza essere troppo invadente. Si divide in alcuni edifici 200 metri a nord del Tamigi, all’altezza di Waterloo Bridge. In dieci minuti di cammino ti mette a disposizione tutta la citta’, da St. Paul a Trafalgar Square. Ma di questa parlero’ piu’ avanti, quando l’avro’ esplorata meglio.
I miei pregiudizi sulla citta’ e la City, visti come luoghi in preda a banchieri e impiegati frustrate e deprimenti, sono stati spazzati via in un minuto. C’e’ invece molta vitalita’. I bar approfittano dei 25 gradi e del sole per riempire i tavolini all’aperto. Ad ogni angolo un ristorante italiano o Greco e tanti take-away. Il dubbio che viene e’ che in fondo la differenza con Manchester stia principalmente nell’entita’ dei conti in banca della gente, e una rapida occhiata ai prezzi non fa che confermare. Ma l’aria ha lo stesso un altra ampiezza, e per fortuna il respiro non e’ stato ancora privatizzato.

P.S. Comunque non pensatemi come un turista a zonzo per la citta', scattando foto e bevendo birra. Oggi sono chiuso nella bellissima biblioteca della LSE (nella foto vi e' la scalinata a spirale disegnata da Norman Foster). Comunque adesso vado a farmi una birra.

martedì, settembre 19, 2006

Valigie, giacca e rasoio

Ho un biglietto aereo che costa un centesimo,
Ho due valigie colme di vestiti che probabilmente non metterò mai
Ho un portatile bianco che ancora non funziona
Ho paura che qualcosa vada storto o di non essere pronto di affrontare ciò che mi aspetta
Ho una faccia di marmo che sembra quasi non abbia paura
Ho una giacca nuova di cui vado molto fiero (Marta, mi dispiace! Non ho resistito alla tentazione di comprarla)
Ho voglia di sentire l'eccitazione e l'ansia di quando l'aeroplano si stacca da terra, e capisci che hai girato un'altra pagina della tua vita, e tante cose non saranno più come prima
Ho voglia di svegliarmi nel mezzo del volo e vedere attorno a me le nuvole
Ho un rasoio elettrico e una cornice vuota che aspetta una foto
Ho voglia di morire di stanchezza sulle pagine di un libro,
Ho troppe inutili sicurezze di cui voglio liberarmi
Ho voglia di perdermi, perdermi, perdermi...

martedì, settembre 05, 2006

Le prime 100 notti di governo

Diciamo che il cambio di governo un risultato l’ha avuto: si dorme un po’ meglio. Neanche le zanzare sono più così numerose. Ci si sveglia alla mattina e non si deve scoprire che è in atto uno scontro diplomatico con la Cina perché il tuo presidente del Consiglio ha ricordato le loro abitudini culinarie con i bambini (bolliti naturalmente), o che il tuo governo, per alleviare i problemi di bilancio, sta preparando un nuovo condono che cancellerà anche i peccati veniali e mortali, garantendo il Paradiso per tutti, o quantomeno un Purgatorio un po’ più breve.
Finiti i fuochi d’artificio del quinquennio Berlusconiano siamo ripiombati in un atmosfera un po’ più grigia e soporifera, una foschia di sapore vetero-democristiano. E non è poi così male cullarsi un questo porto delle nebbie. Ci si sente quasi in un paese normale. Forse potrò vergognarmi un po’ meno delle mie origini quando sarò all’estero (Are you Italian? Ah! Berlusconi!).
Siccome però ho, nel mio piccolo, contribuito ad eleggere un governo non solo perché ponesse fine a 5 anni di umiliazione della vita politica e pubblica e dell’immagine dell’Italia, ma anche e soprattutto perché provasse a modernizzare l’economia, rinnovare l’università, dare una nuova spinta etica alla vita pubblica, e trasformasse il paese in un corpo capace di affrontare i problemi di XXI° secolo e non solo di difendere i privilegi acquisiti nel XX°, per questo mi chiedo: cosa è stato fatto fino ad ora, nei fatidici “100 giorni”?.
I primi 100 giorni dovrebbero essere il periodo di massimo slancio di un governo, dove, grazie all’entusiasmo della vittoria delle elezioni, si lancia nell’attuare i punti caratterizzanti del proprio programma e della propria visione del paese. Tecnicamente, una luna di miele. Come ha constatato il ministro-cabarettista Rutelli (“siamo una coalizione strana: non c’è stato tempo per la luna di miele”) in Italia di luna di miele non ce n’è stata molta, forse perché Berlusconi continuava a gridare che voleva il riconteggio dei punti di tutti i campionati di calcio dilettanti, forse perché c’erano i Mondiali, forse solo perché c’era caldo.
Nonostante l’assenza di luna di miele qualcosa si è mosso, anche se non alla velocità con cui mi ero ingenuamente illuso. E se adesso in fondo respiro meglio alla mattina, e non sono più spaventato all’idea di leggere il titolo di Repubblica, lo devo a due cose:
1) Bersani. E non solo perché è emiliano DOC (anzi, di più, piacentino. Piccola digressione: a volte mi chiedo se per risolvere i problemi in Italia non basti dare tutto in mano a politici emiliani, ma poi mi ricordo di Prodi e Giovanardi, e il mio patriottismo scema subito). Il decreto sulla liberalizzazione di taxi, vendita di farmaci e le modifiche agli ordini professionali non avranno un effetto dirompente ma sono state un segnale forte. Uno scossone che ha fatto cadere molta polvere dagli scaffali. La volontà di dare un colpo a privilegi acquisiti e corporazioni, che costituiscono un peso inutile per lo sviluppo del Paese. Certo, come ha scritto Panebianco, la sinistra ha fatto quello che poteva fare: cioè andare a colpire categorie sociali che votano a destra e quindi estranee al proprio bacino elettorale. L’anomalia è quindi che il governo precedente non sia riuscito a fare lo stesso con la spesa pubblica e la pubblica amministrazione, che sono incredibilmente aumentate negli ultimi 5 anni. La divisione dei compiti funziona così: ognuno metta ordine nel bacino elettorale del campo avversario (sperando nell’alternanza elettorale). E per questo ho poche fragilissime speranze che Prodi possa ridurre e razionalizzare la pubblica amministrazione.
Comunque confesso che quando ho letto la notizia del decreto Bersani mi sono inorgoglito, e per due giorni ho girato con un sorriso leggermente da ebete di sinistra.
2) Seconda nota molto positiva: D’Alema e la politica estera. Bisogna ammettere che la crisi in Libano e le condizioni dell’intervento era ideali per l’Italia: vi era un mandato dell’ONU chiaro e condiviso; era una missione di peace-keeping e non peace-enforcing nel cortile di casa; soprattutto il mandato non prevede di disarmare Hezbollah; e infine dovevamo rifarci un po’ un’immagine di credibilità presso Nato e comunità internazionale dopo l’annunciato ritiro dall’Iraq e i dubbi sull’Afghanistan (forse se anche una di queste condizioni fosse mancata non sarebbe potuta partire la missione). Ma questo non toglie che il governo, e D’Alema in prima persona, si sono comportati con serietà, assumendosi iniziativa e responsabilità, aprendo all’Europa, non lasciandosi sfuggire l’occasione di provare a costruire una politica estera che fosse rivolta all’Europa e non fatta di pacche sulle spalle ai margini dei meeting internazionali.
Però a parte questo non è successo molto altro. Anzi devo dire che “esteticamente” questi giorni sono stati bruttini. A cominciare dall’assalto alla diligenza nella formazione del governo e dei suoi 100 ministri, vice-ministri e sottosegretari. Continuando con l’indulto, su cui ho vari dubbi.
La cartina di tornasole con cui vorrei capire se posso ancora riporre un minimo di speranza nelle possibilità del governo di migliorare le sorti italiane è la finanziaria (da votare entro il 29 settembre). Il copione finora è stato questo: da un lato del palco il ministro dell’Economia TPS (scusate, ma è troppo lungo da scrivere intero) annuncia rigore e determinazione del risanare i conti in modo da rassicurare Bruxelles e mercati finanziari, dall’altro esponenti DS (da me votati) appoggiano questa linea, ma temono di farlo in modo troppo determinato e perdere consenso in parte dell’elettorato, dall’altro la sinistra radicale afferma che la finanziaria non deve toccare in alcun modo i ceti deboli. A questo punto il risultato sarà o un compromesso al ribasso o una caduta del governo. E nessuno dei due mi esalta.
Il compromesso sarà al ribasso perché è ingenuo pensare che si possano mettere sotto controllo la spesa pubblica e il debito pubblico (il che vuol dire, dare all’economia italiana una prospettiva di competere nei prossimi anni, e di fronte alla maggiore interdipendenza e competizione internazionale), senza modificare l’esistente.
Penso che non ci sia più spazio per una politica economica di sinistra. Come nemmeno per una politica economica di destra. Mi spiego meglio. Ogni cambiamento (termine neutro), riforma (termine positivo) o taglio (termine negativo) della spesa pubblica può essere definita di sinistra, o di destra, in quanto va a toccare principalmente valori e interessi di soggetti che elettoralmente si riconoscono a sinistra o a destra. Ma le battaglie per tutelare questi interessi, come quelle fatte dai sindacati in questi giorni, sono battaglie di retroguardia. Così come sono battaglie di retroguardia quelle dei taxisti, o dei farmacisti il mese scorso.
Penso che le riforme economiche devono guardare invece a un altro asse. Non destra-sinistra, ma presente-futuro. Vorrei che la politica (e soprattutto la classe politica) potesse guardare oltre i tempi che passano tra un’elezione e l’altra, e sapesse fare scelte che non si limitino a difendere gli interessi del proprio elettorato (cioè una finanziaria di sinistra, come chiede la sinistra radicale), ma che fosse in grado di salvaguardare questi interessi anche nel futuro.
Parlare di risanamento dei conti, e di riduzione del debito pubblico non significa sacrificare gli interessi dei ceti deboli in favore delle richieste dei mercati internazionali o dei “Cernobbio boys”. Il debito pubblico non è altro che la decisione da parte di uno stato di vivere al di sopra delle proprie possibilità, spendendo più di quanto le proprie entrate permettano, e riversando la responsabilità di pagare questa differenza sulle generazioni successive. Diminuire il debito pubblico significa quindi anche permettere al Paese e al sistema produttivo di poter affrontare le questioni che la globalizzazione e la maggiore competitività internazionale stanno ponendo e porranno in maniera sempre più forte. Discorso simile vale per le pensioni. L’idea di allungare l’età minima di pensionamento a 62 o 60 anni viene vista come un tradimento dei lavoratori, che dopo una vita di sacrificio vedono allentare il momento del pensionamento. Ma nessuno si è accorto che siamo il paese con la più alta età media al mondo, e che avere 60 anni nel 2006 non è la stessa cosa che avere 60 anni nel 1950, visto che le aspettative di vita si sono allungate di almeno 10 anni nel frattempo? Sul Corriere del 4/9/06 G.A. Stella citava uno studio secondo il quale “chi va oggi in pensione a 58 anni con 35 di contributi, può aspettarsi di vivere mediamente, con l' allungarsi della speranza di vita, altri 25 anni abbondanti. Solo in parte coperti dai versamenti che ha fatto nei decenni di lavoro. Bene: dopo aver incassato quanto aveva accantonato, se è un impiegato pubblico verrà mantenuto dalla collettività per altri 10 anni, se è un dipendente privato per altri 8, se è un artigiano o un commerciante (solo cinque anni e mezzo per riavere quanto versato) per altri 20, quasi. E si tratta di calcoli riferiti a sei anni fa. Da ritoccare al rialzo”. Bastano questi dati per mostrare che la situazione esistente non può essere procrastinata all’infinito.
Se nella finanziaria non si avrà il coraggio di toccare le pensioni, non vuol dire che si avrà fatto una politica di sinistra, in quanto si sono difesi i diritti dei lavoratori. Vorrà dire che stiamo guardando solo al presente e non al futuro. Come salire su uno sgabello per non bagnarsi, mentre il livello dell’acqua sale.

P.S. Se rileggo quanto scritto, direi che potrebbero benissimo sembrare parole scritta da un “giovane azzurro paladino del Berlusconismo”. O quantomeno che non abbia votato DS. In verità questa contraddizione non mi interessa più di tanto. Perché penso che oggi, nella realtà italiana e specialmente dei partiti italiani, la sinistra italiana riesca a dire ben poco nei temi che riguardano la sostenibilità del sistema-Paese nel futuro e le prospettive per il benessere delle generazioni future (la mia per prima). E allo stesso modo la destra. Le politiche capaci di aprire prospettive nuove sono impraticabili se sono giudicate solo attraverso i canoni con cui dividiamo cosa è “destra” e cosa è “sinistra”. Quella divisione ci dice ben poco su come affrontare il futuro.
Destra e sinistra sono la stessa cosa? Ammesso che quando sento qualche persona che dice “tanto sono tutti uguali”, non riesco ad essere particolarmente convincente nel mostrare che “non è tutto uguale” che vale la pena andare a votare, penso che la differenza vada oggi cercata in altri campi. In quello dei valori. Dei diritti civili. Del rapporto tra pubblico e privato. Dell’etica nella vita pubblica. Attenzione: Zapatero in Spagna ha mostrato che può esistere una politica di sinistra capace di modernizzare e cambiare una società. Ma non vi è stata nessuna rivoluzione nella politica economica.
Nel campo dei valori, dell’identità e del rapporto tra l’individuo e la società, penso sia più importante che mai scontrarsi, dividersi e riconoscersi in destra e sinistra. Ma ci sono problemi nei quali questa distinzione ha ben poco da dire. O quanto meno andrebbe ridefinita, come ogni generazione ha fatto. Se il termine “sinistra” vuole rimandare a concetti come “tutela dei più deboli” e “giustizia sociale”, deve fare in modo che questi concetti siano applicabili anche in futuro, ed adattarli alle nuove regole con cui si sta muovendo il mondo. Non vorrei che “sinistra” diventasse sinonimo di difesa del presente, senza preoccuparsi del futuro. Vorrei che "destra" e "sinistra" rappresentassero due diverse visioni di come costruire un futuro sostenibile, e non due giustificazioni per conservare il presente, come se nel frattempo attorno a noi fosse rimasto cristallizzato agli anni Sessanta.

P.P.S. Scusate sono stato veramente troppo lungo. Forse è meglio che ora vada a letto.