martedì, ottobre 25, 2005

La stagione delle pioggie


E' arrivata la stagione delle pioggie. Finora avevo scherzato sul tempo ma la situazione non era cosi' malvagia. Era un modo per esorcizzare le mie paure. Che si sono puntualmente avverate. Faccio notare che stamattina non ho avuto lezione perche' l'aula era allagata (altro che Berti Pichat). E soprattutto faccio notare che non ho piu' un ombrello, visto che e' deceduto ad Edinbumrgo. E non ho la minima intenzione di camminare fino al centro per comprare un altro. Quindi se qualcuno vuole spedirmene uno, il mio indirizzo e': 43 Furness Road, Fallowfield, Manchester, M14 6LX, UK.
P.S. anche se qualcuno vuole venire a trovarmi, l'indirizzo e' lo stesso.

Trip n.2: Edinburgo


Questo fine settimana sono stato a Edinburgo. Ci sono andato perche' Marta e Silvia quest'estate ci hanno lasciato il cuore, e speravo di trovarglielo (la scienza medica ha ormai definitivamente dimostrato che senza cuore non si vive bene). Io piu' che il cuore ci ho lasciato la salute. Ma questo non toglie che la citta' e' meravigliosa.
Ho trovato due giorni di pioggia e vento ininterrotti. Il mio ombrello che aveva resistito a due mesi di vita a Manchester, non ha retto a due giorni ad Edinburgo, e ieri mattina, con grande rammarico visto che ormai c'ero affezionato, l'ho buttato nella spazzatura.
Anche stavolta il pullman era strapieno di cinesi. Ho dormito in una camerata con almeno 8 di loro. Uno per letto, non come succede in Italia (ricordo che i cinesi che sono qui sono qualitativamente diversi da quelli italiani in quanto ricchi e con alti livelli di istruzione). Devo dire che ho ammirato molto la loro efficienza nel svegliarsi alla mattina, scendere dai letti a castello, cambiarsi e andare a far colazione senza fare il minimo rumore e senza svegliarmi. (Ecco spiegato perche' ci fregheranno fra vent'anni. Sono efficienti e silenziosi)
Comunque, tornando ad Edinburgo:
Edinburgo e' l'opposto di Manchester. Manchester e' colorata del rosso dei mattoni e del vetro dei centri commerciali. I colori sono di Edinburgo sono invece le varie tonalita' del grigio pietra, a volte verso il marrone, a volte verso il nero.
Manchester e' una citta' con una storia breve. Edinburgo invece ostenta la sua storia. Manchester e' affascinante ma non "bella". Edinburgo e' bella, come puo' esserlo una citta' italiana. A Manchester la pioggia non bagna ma irrita (e i mancunians non si bagnano nemmeno). A Edinburgo la pioggia bagna e fa incazzare (ma gli scozzesi non si bagnano ne' se ne accorgono). Entrambi comunque girano in maglietta.
Manchester e' orizzontale. Edinburgo e' invece e' si sviluppa in verticale. La citta' vecchia, con il castello, e' arroccata su una collina. Siccome fino al 1600 continuavano a prenderle dagli inglesi, la citta' si e' sviluppata all'interno delle mura. Tutti i palazzi sono quindi cresciuti in altezza, l'uno attaccato all'altro, divisi da piccole strade anguste e buie. La parte piu' antica e' piena di "close", porte da cui partono viottoli bui che potrebbero sbucare in qualsiasi parte del mondo. Quando poi sono finite le guerre con gli inglesi, la citta' ha cominciato a espandersi verso quella che e' adesso chiamata "citta' nuova". Che e' una citta' nobile, piena di scuole d'elite in palazzi vittoriani (dove anche il "proletario" Tony Blair ha studiato). Manchester e' una citta di contrasti, proletaria, e multiculturale. Edinburgo e' piu' semplice, borghese, con una periferia che non e' fatta solo di ghetti (o almeno non mi e' sembrata attraversandola) e una popolazione completamente bianca (e scozzese). A Manchester non si capisce nulla di quello che dicono. A Edinburgo e' piu' facile, ma e' pur sempre scozzese.
Non ho trovato "il peggior cesso di Edinburgo" di Trainspottinghiana memoria (se qualcuno ha l'indirizzo ci torno e ci faccio una foto). Anzi la citta' mi e' sembrata poco trasgressiva e estremamente turistica (vendono kilt praticamente anche nelle edicole). Il fascino della citta' e' pero' grandissimo. Peccato non aver visto il sole, il fascino sarebbe stato ancora piu' grande.
Invito chiunque a vederla, e se per caso trovasse la mia salute, di mandarmi una mail che poi ci mettiamo d'accordo su come restituirmela.

martedì, ottobre 18, 2005

Vado in bagno che scappa il boa


Adesso stiamo esagerando. Va' bene le sparatorie in strada. Vanno bene i frequenti furti nelle case. Ma quando vado in bagno voglio stare tranquillo. (tralascio il fatto che una settimana fa, una ragazza e' stata violentata vicino a casa mia, altrimenti questo blog diventa una raccolta di cronaca nera. Per la seconda volta nel corso del mio Erasmus la polizia ha bussato alla mia porta per chiedere informazioni. L'aggressore e' stato poi arrestato pochi giorni fa).
Che la citta' non fosse un'oasi di sicurezza lo avevo intuito, ma che nelle fogne girassero boa lunghi tre metri non lo immaginavo. Immagino che la notizia sia arrivata anche in Italia (stento a credere che Studio Aperto non ci abbia dedicato almeno un servizietto di dieci minuti lungo tutta la settimana, piu' uno speciale di Lucignolo), ma per quei pochi che non seguono assiduamente Studio Aperto, allego l'articolo su un giornale. (a proposito: quello nella foto e' Keith, il boa delle fogne di Manchester)

"MANCHESTER (GRAN BRETAGNA) - Gli appassionati di leggende metropolitane possono recuperare una buona dose di credibilità leggendo quanto accaduto a West Didsbury, sobborgo di Manchester, dove la «storiella» del boa che scorrazzava per le fogne e non disdegnava di fare una visitina a case private risalendo le condutture si è rivelata vera. Dopo che numerose segnalazioni ai vigili del fuoco e alla Protezione Animali denuncianti la presenza di un grosso serpente nella rete fognaria non avevano prodotto risultati e avevano fatto pensare alla classica storia montata ad arte, Keith (questo il nome affibbiato al protagonista della vicenda) è stato catturato.
FACEVA CAPOLINO DAI WATER - Per quanto surreale possa sembrare, da settimane gli abitanti di un edificio di West Didsbury segnalavano continui avvistamenti del grosso serpente nei propri bagni e sistemavano pesi sui coperchi dei water per il terrore che vi sbucasse. Addetti della protezione animali e pompieri avevano esplorato le tubazioni dell'edificio con telecamere a fibra ottica, senza ottenere risultati. Legittimo credere che si trattasse di una leggenda metropolitana inventata dagli abitanti dell'edificio, fino a che uno di essi, trovato l'animale nel proprio water, è coraggiosamente e abilmente riuscito a intrappolarlo in un secchio.
Keith misura ben tre metri ed è in buona salute. Secondo Jimmy Ratcliff, portavoce dell'Rspca, l'animale si è regolarmente nutrito di topi di fogna.
L'ORIGINE - Si ritiene che Keith sia stato abbandonato da un collezionista di animali esotici, e il maggiore indiziato sarebbe un ex abitante della palazzina, che risponde a tale profilo e che avrebbe abbandonato il boa dopo essere stato sfrattato per un debito di oltre 5mila sterline (circa 8mila euro) nei confronti del padrone di casa."

sabato, ottobre 15, 2005

La societa' multiculturale n.4: Curry Mile


Il "miglio del Curry" (Curry Mile) e' il pezzo di strada che separa casa mia dall'universita'. Quando il mio autobus lo attraversa alla mattina sembra solamente un altro pezzo rosso e grigio di una citta' rossa e grigia. Ma alla sera si accendono i neon. E diventa come Las Vegas. Una Las Vegas indiana in una citta' inglese. Un miglio ininterrotto di ristoranti e negozi indo-pakistani, venditori di sari, e gioiellieri. Tutti sormontati da faraonici neon lampeggianti. Vi assicuro che e' uno spettacolo. Come Bollywood, ma con la pioggia.

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to be continued

domenica, ottobre 09, 2005

Trip n.1: a caccia di pecore in Galles


Ieri per la prima volta mi sono aggregato a una delle gite che ogni domenica l'International Society organizza per mostrare agli studenti di tutto il mondo le incredibili meraviglie della terra di sua Maesta' regina Elisabetta II. Dopo un'estate trascorsa tra Fidenza e Bologna, non potevo lasciarmi sfuggire l'occasione di andare finalmente al mare. Peccato che il mio Erasmus non e'a Barcellona e il mare quindi e' quello del Galles del Nord. Ci si accontenta. Gli inglesi e' una vita che si accontentano, e non e' mai morto nessuno. Sono solo diventati piu' depressi.
La particolarita' di una gita di studenti internazionali e' che i giapponesi sono maggioranza relativa e quindi decidono loro tempi e modi. A noi caucasici non ci resta che adattarci. E per questo si e' inconsciamente presi da una mania masochistica di fotografare tutto e tutti, anche piu' volte, tutti i gabbiani e le pecore, come se fossero diversi dagli altri gabbiani e pecore fotografati cinque minuti prima, e da quelli di dieci minuti prima e cosi' via. In Galles, piu' o meno tutti i paesaggi sono uguali, ma non conta: nel dubbio e' meglio fotografare. Di conseguenza ho fatto piu' foto ieri che in un mese di vita a Manchester.
Comunque torniamo al viaggio. Prima sosta e' Llandudno. Come potete notare dal nome impronunciabile siamo in Galles. Llandudno e' una cittadina costiera, che ha la tristezza di certe citta' liguri, con file interminabili di alberghi in stile primo-novecento, tutti dai colori pallidi, che si affacciano sul mare. Il cielo era coperto, quasi a non distinguere il grigio del cielo con il grigio del mare, ma era facile immaginare come quel posto potesse essere la meta tipica dei signorotti dell'Inghilterra del nord, quasi come in una scena di "Morte a Venezia". Devo dire che il tutto era di una incredibile tristezza, ma penso che fosse parte del fascino del luogo. L'attrazione turistica prevedeva un'escursione su una montagnola che dava sul mare, completamente ricoperta di pecore (non tantissime) e cacche di pecore (miliardi, immaginatevi l'aroma sul pullman). Comunque dall'alto anche il Galles ha un suo fascino, con gli spazi vastissimi, il vento che tira sempre, il verde e le pecore, il mare e i colori pastello. Insomma una meta che consiglierei a chi ama le vacanze naturalistiche e terribilmente noiose, (tipo Irlanda, per capirci).
Il pomeriggio era invece a Caernarfon, il piu' grande dei castelli gallesi. La fama del castello sta principalmente nel fatto che qui vengono incoronati i principi di Galles e quindi anche Carlo d'Inghilterra (quello di Camilla) e' stato incoronato qui negli anni 70. Ma la particolarita' estremamente piacevole era che si e' fatto vedere anche il sole (elemento che nell'ultima settimana a Manchester aveva fatto solo comparse sparute). Dopo aver fotografato il sole (in ricordo, visto che cissa' quando si fa rivedere), abbiamo fotografato il pulman, siamo saliti sul pulman, abbiamo fotografato il nostro vicino di sedile, un ultima foto all'autista e poi siamo ripartiti per Manchester.

giovedì, ottobre 06, 2005

Ghetto universitario n.2: Welcome Celebration


Indovinello: cosa hanno in comune un indiano, un tedesco, un kazahko e un cinese? Vi arrendete? Sanno tutti ballare la macarena. E sembrano anche divertirsi un mondo.
Ricominciamo dall'inizio. Questa volta non c'era da togliersi le scarpe per non sporcare la moquette. E inoltre gli annunci indicavano cibo, bevande e divertimento, rigorosamente "free". Ieri sera l'Universita' ha organizzato il "Welcome Celebration" per gli studenti internazionali. L'ambientazione era di quelle solenni: nella "Whitworth Hall", una sorta di cappella all'interno del palazzo centrale dell'Universita', con alla parete un organo a canne che penso non ci sia cosi' grande neanche nel duomo di Milano. Il problema e' che tutto qui non ha piu' di 200 anni, e anche le cose piu' antiche e solenni, alla fine sono kitch,un po' alla Gardaland (o per i fidentini, un po' alla Outlet). Ma il kitch doveva ancora venire...
Per fortuna cibo e bevande erano presenti in abbondanza e si e' subito provveduto a fare una marea di giri al buffet, cercando di scavalcare i rapaci giapponesi. Ad onor del vero, devo dire che mi ha sorpreso la calma e compostezza con cui tutti facevano la fila (mentre solo al matrimonio di mia sorella sembrava l'assalto ai panificio durante la peste nei Promessi Sposi)... molto british, anche se di british c'era solo il dj. (per chi vuole i dettagli, c'era anche vino ma era molto poco vino, e molto chimico). I cinesi erano stranamente pochi, forse hanno boicottato l'evento in segno di protesta, o forse non erano stati invitati perche' altrimenti non ci stavamo tutti nella sala.
Ma se per cibo e bevande si pu' sempre trovare un accordo, mi chiedevo in quale modo sarebbe stato possibile trovare l'entertainment, che mettesse d'accordo asiatici, europei, caraibici e mediorientali. Poi ho capito: al cuore del multiculturalismo universitario vi e' il kitch.
All'improvviso, a meta' serata (che qui vuol dire tra le 8e30 e le 9) il colpo di genio... arriva il preannunciato intrattenimento. E cosa fa l'universita' di Manchester per intrattenere 300 studenti da tutto il mondo? Come spende i suoi soldi? Facendo esibire un corpo di 18 ballerini russi, con tanto di costumi locali e sciabole tintinnanti, che scandiscono la musica di un triste fisarmonicista e di un altro losco figuro con un tamburello. In totale 20 persone. 21 se si considera il bambino che teneva in mano il microfono di fronte alla fisarmonica, ma forse quello era in nero (e forse non era russo). Ho scoperto poi a fine serata che neanche i ballerini erano russi, ma bensi', come mi fa notare un ragazzo del Kazahastan, i loro costumi rossi con berretto da Puffo, denotavano una chiara origine ucraina.
Comunque, se non avevamo ancora toccato il fondo del kitch con i ballerini ci ha pensato il dj inglese, uomo di 45 anni con una pancia da birra imbarazzante, malcelta da una ancora piu' imbarazzante t-shirt aderente, che per non scontentare i gusti di nessuno, a iniziato la sua esibizione con una macarena... e via i tedeschi che sculettano in file ordinate, come non accadeva neanche sulle spiaggie di Rimini nel 1996.
Comunque devo dire che c'e' stato un finale estremamente positivo. Ho svuotato la mia borsa dei libri e l'ho riempita con ogni tipo di cibaria rimasta sui tavoli, e me ne sono fuggito furtivamente. Da oggi aggiungo la merenda alla mia alimentazione.
Alla prossima.

domenica, ottobre 02, 2005

Malpensa - Manchester: Episodio II

Il tempo all'arrivo era uguale a quello della partenza: pioggia in entrambi gli aeroporti, quasi fosse un servizio dell'Alitalia per non destabilizzare i suoi clienti piu' affezionati.
Questa partenza e' stata diversa dalla prima: non mi portavo piu' cucito addosso l'entusiasmo della prima volta e l'attesa della novita'. E soprattutto mi lasciavo alle spalle una giornata bellissima (presto alleghero' le foto del matrimonio di mia sorella) e tanti ricordi. E per questo e' stata una partenza con un sapore diverso, molto piu' amaro. Perche' ogni partenza ha il suo sapore, e te lo lascia addosso.
Gli aeroporti sono dei perfetti "non luoghi": posti immersi in un orizzonte privo di riferimenti, tutti uguali, dove la differenza tra Bologna e Bangkok e' solo questione di consonanti. E per questo mi affascinano. In questi non luoghi, non conta dove sei e non conta chi sei. conta solo dove vai. puoi vedere le famiglie indiane che caricano pacchi immensi, rinforzati con lo spago, e ti chiedi se stanno tornando a casa per un matrimonio, o un funerale. puoi incrociare ragazze bellissime, che si trascinano da chissa' quale citta' valigie grandi quanto loro, e ti dici che sicuramente stanno raggiungendo un fidanzato che le aspetta in qualche angolo di mondo. Il sapore della loro partenza lo puoi solo immaginare, perche' l'assurdita' di un aeroporto e' che davanti a tuoi occhi transitano migliaia di faccie e di vite che non lasciano alcuna traccia. Alcune magari stanno partendo per dare una svolta alle loro vite, molte partono annoiate, ripetendo una routine lavorativa, ma allos stesso modo sono solo anime di passaggio, che non lasciano traccia. Il sapore lo puoi solo immaginare perche' in aeroporto non c'e' tempo per la comunicazione. Neanche mentre si sta ore in coda, controllando i monitor in attesa di vedere la scritta lampeggiante "now landing". Ma e' difficile essere indifferenti e non provare nemmeno ad immaginare il sapore della partenza delle persone che ti trovi di fronte al check-in, mentre piegano enrvosamente la carta d'imbarco.
Partire significa rinunciare all'idea di noi che ci costruiamo faticosamente nel tempo. Rimettersi in gioco, rimettersi in viaggio. Significa accettare il rischio di tornare diversi. Accettare il rischio di non tornare, o tornando trovare persone cambiate, rispetto a quelle che ci hanno salutato. Passiamo la vita a costruirci attorno delle routine, a circondare l'imprevedibilita' della realta' con riti quotidiani che mascherino l'insicurezza. La quotidianita' e' indispensabile tanto quanto il pane. Partire significa arrogarsi il diritto a cancellare la propria routine, per non diventarne spettatore, e provare a riscriverne una nuova. E' nell'intervallo in cui ci si spoglia della vecchia routine, e se ne cuce addosso una nuova, che e' possibile accorgersi di quanto stiamo cambiando. La mia ammirazione e' naturalmente infinita per quelle persone capaci di "partire" e reinventarsi, anche senza prendere un aereo.