sabato, novembre 29, 2008

Pechino Vol.7 - L'umiltà di non capire




All’interno di queste domande, rimangono dodici giorni bellissimi, rimangono le corse in taxi nella notte di Pechino, rimangono i volti bellissimi degli anziani e dei bambini, rimangono le foto fatte con le scolaresche cinesi che ti fermano in piazza Tienanmen, rimane lo spettacolo meraviglioso di M. che contratta mezz’ora con una ragazzina cinese per riuscire a strappare ogni Yuan possibile dal prezzo di quegli stivali, rimangono delle cene memorabili, rimane lo stupore nel cogliere la varietà di popolazioni, etnie, e visi costituiscano la Cina, e come questi si mescolino in un “mostro” come Pechino. Rimane la frustrazione per non avere una chiave di lettura. E il pensiero che per capire Pechino, per capire la Cina serva prima di tutto l’umiltà. L’umiltà di venire fin qui e dedicare almeno uno o più anni interi per imparare la lingua. Una lingua che come dice M. non si impara ma si metabolizza. Le nostre categorie cognitive, schemi mentali, e capacità di ragionare sono mediati dalla nostra lingua. Capire la Cina richiede l’umiltà di lasciare che una lingua con un alfabeto e una struttura completamente opposti al nostro, influenzino ciò che considero tra le cose più preziose, la nostra capacità di pensare. Capire Pechino richiede l’umiltà di guardare ai suoi cittadini mettendo da parte il nostro Euro-centrismo, e il nostro senso di superiorità che ci portiamo dietro. Capire Pechino richiede l’umiltà di “sospendere il giudizio”, come mi dice Luca. Accettare che i nostri occhi, il nostro passato, la nostra lingua, e i nostri valori non ci permettono di capire totalmente, senza distorcere o banalizzare. Capire Pechino richiede l'umiltà di non capire. Per questo motivo ho capito che non potrei mai vivere in questa città. Il fascino della vita dell’Occidentale in Oriente si scontrerebbe contro l’incapacità di capire la realtà in cui si vive senza aver prima rinunciato a molte delle nostre convinzioni. Significherebbe accettare che sia la città e la sua cultura a plasmarci. Ma ho tantissima ammirazione per chi prova a farlo, e come un bambino sui banchi di scuola, passa ore a re-imparare a parlare, e mette in fila ideogrammi, uno dopo l’altro in fila su un quaderno.

Pechino Vol.6 - Il volto dell'imperatore




Non ho trovato la chiave di lettura per capire come il Partito Comunista sia saldo al potere, mentre allo stesso tempo rimanga completamente invisibile ai miei occhi. Durante la nostra visita, Silvia nota come la Città Proibita sia un luogo estremamente impersonale. Ha ragione. La Citta Proibita è l’antica residenza degli imperatori, il cuore segreto della città. Il nome deriva dal fatto che la pena per i comuni cittadini che osassero avventurarsi all’interno fosse appunto la morte. Per due volte il Partito Comunista dopo la rivoluzione pianificò di radere al suolo questo simbolo della tradizione e dell’oppressione imperiale. Paradossalmente, furono il Grande Balzo in Avanti, e la Rivoluzione Culturale a distogliere il partito da questi piani. Racchiusa da mura che la separano dal resto della città, la Città Proibita è una serie infinita di cortili interni separati da maestose porte con i tetti a Pagoda. Perfettamente simmetrica, si dispiega sull’ asse Nord-Sud che domina la città. Alle sue spalle una collina come secondo i dettami del Feng Shui. Silvia ha ragione, è impersonale. E’ un inno al potere ma non dice nulla dei potenti che vi abitarono, dell’ascesa e declino delle diverse dinastie che si successero tra queste mura. Ma nella sua impersonalità è perfetta, armoniosa. E’ impersonale come il potere che controlla la Cina. Finita l’era degli imperatori, fu l’ora del nuovo imperatore, Mao Zedong. Ora che la Cina ha in parte voltato pagina, l’imperatore rimane il Partito Unico, Comunista di nome. Mi stupisco per la quasi completa mancanza di simboli ed effigi che rappresentino il partito per le strade. Così come per la libertà di giocare e deridere le icone del partito come Mao che viene concessa agli artisti che espongono nel 798, un complesso industriale ora riconvertito in varie gallerie d’arte. Mi stupisco della varietà di libri in inglese che si trovino nelle librerie, o dell’accesso alla quasi totalità di fonti di informazioni internazionali su internet. Mi stupisco ad avere una conversazione al tavolo di un ristorante in cui un ragazzo canadese inveisce ad alta voce in inglese contro la politica del partito in Tibet, e come tutto ciò mi sembri estremamente naturale. M. mi viene in soccorso. Mi spiega la raffinatezza del regime e del sistema di controllo. Censurare gli artisti è controproducente. Così come è inutile censurare i quotidiani internazionali su internet negare le informazioni a quei cinesi che padroneggiano la lingua o agli stranieri che vivono qui. Così è controproducente provare a limitare gli stranieri che di fatto in Cina godono di quasi tutte le stesse libertà che ritrovano nei loro paesi d’origine, compresa quella di criticare il regime, a patto di non farlo su fonti pubbliche. Queste garantire maggiori libertà a queste nicchie della popolazione non compromette la legittimità del regime. Oggi la legittimità del regime deriva principalmente dal tasso di crescita dell’economia cinese. Un punto in meno di crescita del prodotto interno lordo a ripercussioni politiche. Un punto. Un numero, niente di importante rispetto a valori che tendiamo a considerare più sacri all’interno della democrazia. Ma ancora mi manca la chiave di lettura per capire come un punto, un numero, rappresenti una differenza enorme nelle condizioni di vita di milioni di persone, centinaia di milioni di persone, più di un miliardo di persone.

Pechino Vol.5 - La democrazia Cinese



E questo per me è ancora più difficile da accettare. Non ho trovato la chiave di lettura per capire come la più grande minaccia al mantenimento del potere del partito comunista sia il fatto che il paese, a differenza dell’India, non abbia affrontato ne si appresti a farlo nel futuro, la transizione alla democrazia. M. mi dice, la più grande bomba ad orologeria per il regime viene dal basso, dalle campagne, dai poveri. Non dall’alto. E questo mi lascia perplesso. Le riforme economiche degli ultimi 30 anni hanno dato vita a una dinamica classe imprenditoriale che è diventata sempre più influente nel paese. Una nuova borghesia che non ha nulla a che fare con il passato, che manda i figli a studiare negli Stati Uniti o in Canada, che legge l’inglese e fa affari con il resto del mondo è ora consolidata nelle maggiori città. E io penso che una volta che certi gruppi sociali abbiano risolto il problema della fame, un altro tipo di fame sopraggiunga. Che il benessere economico porti a domande di maggiori libertà politiche, libertà di espressione, libertà di culto. M. mi dice che questo non preoccupa più di tanto l’elite al potere. Il partito unico ha assorbito molti esponenti di questa classe imprenditoriale nei propri ranghi, e loro sono stati disposti ad unirsi al partito perché ciò voleva dire assicurarsi le condizioni per condurre ed accrescere i propri affari. Ma c’è qualcosa di più. Non è solo cooptazione. E’ anche consapevolezza. M. mi dice come l’elite cinese, sia quella nei ranghi del partito che quella economica, sia consapevole del momento storico in cui il paese si trova. Di come ogni richiesta di maggiori libertà democratiche, così come ogni strappo che possa indebolire il controllo del partito, metta a rischio la crescita economica, e il passaggio definitivo della Cina dall’epoca premoderna alla modernità. Una frase che risuona spesso tra gli intellettuali all’interno del paese è “in Cina la democrazia sul modello occidentale non funzionerebbe perché ci sono un miliardo e mezzo di persone”. Questo è falso, visto l’esempio dell’India. Ma quello che è vero un passaggio verso maggiori libertà politiche, d’espressione, e di religione potrebbe minare il processo lineare di crescita economica che il paese ha vissuto negli ultimi decenni. Rompere l’armonia interna. M. pazientemente risponde alle mie domande e spiega come nella cultura Cinese l’individuo non abbia mai avuto un ruolo preciso separato dalla comunità a cui appartiene. I diritti dell’individuo vengono ridimensionati dal bisogno di preservare il benessere della comunità. Di come la nozione di stato, nazione, e potere, che sia l’imperatore, Mao, o il Partito Comunista, si confondono. Lo stupore dura poco, tempo di rendersi conto che in Europa i diritti individuali sono un passaggio che ha origine pochi secoli fa, con l’umanesimo, e la Rivoluzione Francese. Ma mi chiedo in che modo l’apertura al mondo della Cina abbia portato all’interno del paese le richieste di diritti individuali nel campo economico, il diritto di impresa, il diritto di commerciare e perseguire il proprio benessere economico individuale. Ma che allo stesso tempo le richieste di diritti individuali non si estendano ad altri aspetti che io considero sacri, come il diritto di espressione.

Pechino Vol.4 - Il mostro



Non ho trovato la chiave di lettura per capire questo “mostro” sovrappopolato. Per capire come 18 milioni di persone possano affollare questa città sotto l’occhio discreto di un regime che non si manifesta troppo palesemente. La Città Proibita è da secoli il simbolo del potere in Cina, e nei suoi enormi spazi interni avvolge migliaia di turisti che la attraversano in maniera ordinata da Sud a Nord. In quegli spazi immensi ci sente minuscoli mentre ci si lascia trascinare dalla massa infinita di turisti. Quasi non ci si accorge che si è tra i pochi turisti non cinesi tra la folla, e che i loro sguardi spesso si posano su di te, per poi deviare all’improvviso non appena te ne accorgi. Uno degli elementi impossibili da ignorare a Pechino è appunto questa folla. Pechino è un mostro sovra-popolato in cui un ordinato caos regna nelle strade. La città è diventata la meta per migliaia o milioni di persone che dalle campagne cinesi si sono riversate nella città in cerca di condizioni di vita migliori. Si nota dalle tantissime persone che spazzano la strada a ogni ora. Dai tantissimi camerieri in ogni ristorante. Non si è mai soli in questa città. Nel camminare per le via ci si perde nella folla, ne’ si viene assorbiti. Si ha l’impressione che molti di quei lavori siano creati artificialmente per mantenere la pace sociale. Chiedo quale sia la bomba ad orologeria che mini la stabilità del regime comunista in Cina? M. risponde che è proprio questa. La Cina si trova con il compito immane di elevare più di un miliardo di persone che vivono nelle campagne verso un tenore di vita più alto. L’inflazione galoppante, la corruzione nelle fila del partito lontano da Pechino, l’ineguaglianza tra la città e la campagna rappresentano pericolose trappole lungo questo tragitto, che con frequenza danno vita a rivolte in vari angoli del Paese.

Pechino Vol.3 - Le colonne d'acciaio della Città Proibita



Scrivere sul blog dopo un viaggio è un regalo che mi faccio, una scusa per riflettere sulle cose viste, le esperienze vissute, le persone incontrate. Adoro dare giudizi, il più decisi e perentori possibili. L’ho fatto sempre in Inghilterra. L’ho fatto sempre in Canada. Ma questa volta è difficile. Non ho trovato la chiave per aprire la città. La chiave di lettura per decifrare la città non passa attraverso lo sguardo del turista. La città non cattura gli occhi. A fianco di Silvia, i primi giorni sono stati dedicati agli itinerari turistici. La Città Proibita. Poi il Tempio del Cielo, e il Palazzo d’Estate. La Grande Muraglia. La Pagoda Bianca e il Tempio del Lama. Ma chi spera di trovare la chiave di lettura attraverso passato di Pechino si scontra subito con la realtà che persino le colonne dei padiglioni che separano i cortili interni della Città Proibita sono fatti d’acciaio dipinto di rosso. Silvia si indegna. M. spiega che l’idea di “conservare” il patrimonio storico è lontano dalla cultura cinese. Più naturale copiare e ricostruire. As esempio, gli hutong, le case antiche che popolavano il Pechino, basse e che si affacciano su un cortile interno mentre nulla traspare dal di fuori. Queste sono state in larga parte distrutte negli ultimi anni, con un accelerazione notevole a ridossi delle olimpiadi. Al loro posto grattacieli. La città che si sviluppava a macchia d’olio in orizzontale, ora si alza in piedi. L’idea che distruggendo gli hutong si distrugga anche il patrimonio storico di Pechino impallidisce di fronte all’idea che costruendo al loro posto dei grattacieli si permette alle nuove persone che hanno raggiunto il benessere economico di vivere in case con l’acqua corrente, e a Pechino di diventare una città moderna. Il futuro cinese richiede spazio, e il passato deve farsi da parte. E’ impossibile trovare la chiave di lettura per capire Pechino attraverso il suo passato perché il suo passato semplicemente non è più lì, sopraffatto da varie rivoluzioni, una rivoluzione comunista, una rivoluzione culturale, e una rivoluzione capitalista. Quella che appare non è la Pechino del passato, ma la Cina che sta entrando nel XXI secolo. La Pechino del XXI secolo è un “mostro”, come dice Luca. Una città sterminata, piatta, inquinata e sovraffollata, senza alcun punto di riferimento visivo all’orizzonte, che assorbe persone ed energie dal resto del Paese e le trasporta dal passato alla modernità.

Pechino Vol.2 - Cercando una chiave



L’aereo è decollato da meno di un’ora dall’aeroporto di Pechino. Ore 15:09 a Pechino. Ore 4:09 a Toronto. 7200 miglia a destinazione. La rotazione terrestre mi sta per restituire quelle 13 ore di fuso orario che mi sono state rubate all’andata. Questa volta il tragitto sarà diverso. Da Pechino, l’aereo si dirigerà a nord-Est, attraversando l’angolo estremo ad oriente della Siberia, per poi attraversare l’Alaska, arrivare in territorio canadese, lo Yukon, scendere attraverso la Baia di Buffin, sorvolare Toronto, e infine New York. Sono passati 12 giorni dal mio arrivo a Pechino, e ho ritardato il più possibile il momento in cui avrei scritto questo blog. Non per mancanza di tempo. Ne’ per mancanza di voglia. E certamente non per mancanza di idee e stimoli. E’ come attraversare una vicolo della Pechino e ritrovarsi con i vestiti intrisi di odori. Si è sopraffatti, magari positivamente, molte volte nauseati, ma non è più possibile distinguerli e capire che odore ci portiamo addosso. Ho aspettato a scrivere questo post non per mancanza di sensazioni e esperienze da raccontare, ma perché avevo paura di non avere trovato la chiave di lettura per decifrare questa città e la mia esperienza.

sabato, novembre 08, 2008

Pechino Vol.1 - La Transiberiana da Toronto


Ore 2e34 AM a Waterloo. Notte fonda. Il che significa 2e34 PM a Pechino. Pomeriggio. Oppure 8e34 AM in Italia. Immagino che la nebbia che copre il passaggio tra la notte e il giorno in Emilia si stia cominciando a diradare. Ma il tempo conta poco visto che sto per entrare in una sorta di centrifuga temporale. E’ da poco finito il mio venerdì e fra venti minuti prenderò un autobus. Prima tappa l’aeroporto di Toronto. Da Toronto volo fino a New York. 4 ore di scalo cercando di non farmi arrestare dalle autorità americane in quanto italiano. Spero vivamente che le ultime dichiarazioni di Berlusconi non siano arrivate all’orecchio di quell’ufficiale di dogana di colore che mi accoglierà. Da New York volo fino a Pechino. 15 ore di volo più 12 ore di fuso orario. Ricapitolando: 17 ore di volo, 4 di scalo, e 3 tra trasporto in aeroporto e check-in. Totale: 24 ore + 12 di fuso orario. Di fatto sto per aprire la porta di casa mia mentre il mio venerdì è da poco finito, e aprirò una nuova porta di casa domenica nel tardo pomeriggio. Mi sento derubato del sabato. Non penso esistano strategie per sopravvivere uno sbalzo di fuso orario di 12 ore. La mia strategia sono 300 grammi di cioccolato fondente in valigia.



4805 miglia percorse. 2477 ancora da percorrere per arrivare alla destinazione. Ancora 5 ore di viaggio mentre faccio fatica a calcolare quanto sia passato dalla partenza.
E’ stata una notte lunghissima. Lunga quanto una notte polare. La rotta più breve che collega due punti situati su paralleli opposti del pianeta, non è una linea retta. Non è nemmeno disegnabile su una cartina geografica. Semplicemente perché la Terra non è una cartina geografica. Pensavo che il volo da New York a Pechino fosse una lunga linea. Prima la traversata degli Stati Uniti e poi l’Oceano Pacifico. Ma la terra non una cartina, e la rotta più breve passa dal circolo polare artico. Appena decollati da New York, l’aereo si è diretto a nord-est, prima sorvolando Montreal, attraversando il Quebec del Nord, poi virando verso la Groenlandia, fino al di sopra del circolo polare artico verso il polo nord. E’ stato quindi una notte irreale. Avevo lasciato New York a mezzogiorno ma da subito è stata notte fonda. Solo ora le luci cominciano a comparire. E sotto di me c’è la Siberia. E’ uno spettacolo meraviglioso. Distese di neve solcate da tantissimi fiumi che si attorcigliano come serpenti. Nessun segno o oggetto che possa far pensare che questo pianeta sia abituato da esseri umani.

giovedì, novembre 06, 2008

Diario della crisi, Parte 9 – Verso il G20

Il 15 novembre a Washington si terrà un vertice straordinario sulla crisi finanziaria. Parteciperanno i capi di stato o primi ministri dei paesi che compongono il G20, un G7 esteso ai maggiori paesi emergenti come Cina, India, e Brasile. E' un momento storico ed enormi aspettative sono state generate attorno a questo meeting. Mi è stato chiesto di scrivere un articolo sui temi che saranno al centro del meeting. E' un pezzo abbastanza breve e non tecnico, ma in inglese. Lo trovate a questo link: