1723 miglia da ogni cosa
Sono nel mezzo dell’Atlantico. Il piccolo monitor sul sedile di fronte sostiene che mancano 1774 miglia all’atterraggio a Londra. A Toronto sono le 23:19. A Londra, le 4:19. Ignoro che ore siano nel punto preciso dovo mi trovo adesso, ma a 1774 miglia da ogni cosa il tempo non conta. Questo aereo balla terribilmente, come una zattera che attraversa acque agitate. Di fianco a me, una donna africana con il capo velato e le mani ricoperte da un affasciante ricamo di hennè. Ammetto che sono un po’ brillo. Non mi sono risparmiato nel vino, prima e dopo la strana cena servita sull’aereo. Da ubriachi i cartoni della Disney si apprezzano molto di più. Eddy Vedder nell’Ipod. Il portatile mi indica che ho ancora 48 minuti di batteria per dare un senso a un saggio che devo consegnare fra pochi giorni. E sto bene. Forse perché è notte. Forse perché ho abbandonato temporaneamente una situazione che ancora non è mia. Forse perché sto tornando a casa, e ci sono troppe persone che ho bisogno di vedere, per mantenere fede a quel patto informale che ho stipulato con i miei precendenti 22 anni di vita. Forse perché so che domani mattina sorvolare Londra mentre il sole sorge sarà semplicemente da togliere il fiato. Forse perché fra poche ore rivedo mia sorella, e non so che faccia farò nel vedere mia nipote dopo 3 mesi. Forse perché sto viaggiando da Ovest verso Est, mentre il sole corre nella direzione contraria, ed è bello immaginare che ci siamo dati un appuntamento fra poche ore, più o meno sopra le coste irlandesi. Forse perché sono nel mezzo dell’Atlantico, a 36000 piedi di altezza e ora 1723 miglia dall’atteraggio. Si. Forse è perché sono nel mezzo dell’Atlantico a 1723 miglia da ogni cosa. E la mia mente non è nemmeno in grado di immaginare cosa siano 1723 miglia. A 1723 miglia da ogni cosa, i sovrappensieri, progetti, e rammarichi che accompagnano tutti gli altri giorni non contano. A 1723 miglia da ogni cosa, tutto questo ha un altro sapore.
