sabato, novembre 29, 2008

Pechino Vol.6 - Il volto dell'imperatore




Non ho trovato la chiave di lettura per capire come il Partito Comunista sia saldo al potere, mentre allo stesso tempo rimanga completamente invisibile ai miei occhi. Durante la nostra visita, Silvia nota come la Città Proibita sia un luogo estremamente impersonale. Ha ragione. La Citta Proibita è l’antica residenza degli imperatori, il cuore segreto della città. Il nome deriva dal fatto che la pena per i comuni cittadini che osassero avventurarsi all’interno fosse appunto la morte. Per due volte il Partito Comunista dopo la rivoluzione pianificò di radere al suolo questo simbolo della tradizione e dell’oppressione imperiale. Paradossalmente, furono il Grande Balzo in Avanti, e la Rivoluzione Culturale a distogliere il partito da questi piani. Racchiusa da mura che la separano dal resto della città, la Città Proibita è una serie infinita di cortili interni separati da maestose porte con i tetti a Pagoda. Perfettamente simmetrica, si dispiega sull’ asse Nord-Sud che domina la città. Alle sue spalle una collina come secondo i dettami del Feng Shui. Silvia ha ragione, è impersonale. E’ un inno al potere ma non dice nulla dei potenti che vi abitarono, dell’ascesa e declino delle diverse dinastie che si successero tra queste mura. Ma nella sua impersonalità è perfetta, armoniosa. E’ impersonale come il potere che controlla la Cina. Finita l’era degli imperatori, fu l’ora del nuovo imperatore, Mao Zedong. Ora che la Cina ha in parte voltato pagina, l’imperatore rimane il Partito Unico, Comunista di nome. Mi stupisco per la quasi completa mancanza di simboli ed effigi che rappresentino il partito per le strade. Così come per la libertà di giocare e deridere le icone del partito come Mao che viene concessa agli artisti che espongono nel 798, un complesso industriale ora riconvertito in varie gallerie d’arte. Mi stupisco della varietà di libri in inglese che si trovino nelle librerie, o dell’accesso alla quasi totalità di fonti di informazioni internazionali su internet. Mi stupisco ad avere una conversazione al tavolo di un ristorante in cui un ragazzo canadese inveisce ad alta voce in inglese contro la politica del partito in Tibet, e come tutto ciò mi sembri estremamente naturale. M. mi viene in soccorso. Mi spiega la raffinatezza del regime e del sistema di controllo. Censurare gli artisti è controproducente. Così come è inutile censurare i quotidiani internazionali su internet negare le informazioni a quei cinesi che padroneggiano la lingua o agli stranieri che vivono qui. Così è controproducente provare a limitare gli stranieri che di fatto in Cina godono di quasi tutte le stesse libertà che ritrovano nei loro paesi d’origine, compresa quella di criticare il regime, a patto di non farlo su fonti pubbliche. Queste garantire maggiori libertà a queste nicchie della popolazione non compromette la legittimità del regime. Oggi la legittimità del regime deriva principalmente dal tasso di crescita dell’economia cinese. Un punto in meno di crescita del prodotto interno lordo a ripercussioni politiche. Un punto. Un numero, niente di importante rispetto a valori che tendiamo a considerare più sacri all’interno della democrazia. Ma ancora mi manca la chiave di lettura per capire come un punto, un numero, rappresenti una differenza enorme nelle condizioni di vita di milioni di persone, centinaia di milioni di persone, più di un miliardo di persone.