martedì, ottobre 10, 2006

Globalizzazione e modello europeo

Ieri sera ho assistito a una conferenza, qui alla LSE, dal titolo "Global Age: Europe, China and India". Tra i relatori vi era Peter Mandelson (commissario europeo al commercio), una studiosa tedesca o russa, comunque bionda, giovane e affascinante, di cui mi sono innamorato (e non solo per l'aspetto), e Anthony Giddens, sociologo, membro della Camera dei Lord, ideologo del New Labour Party di Tony Blair e della "Terza via", e soprattutto ex preside della LSE ("ho sempre pensato che LSE volesse dire "Lots of Stupid Exams"). L'oggetto della conferenza era una appassionata difesa del modello sociale europeo, di fronte alle pressioni della globalizzazione e della competitizione che arriva dall'Asia. Ma non solo. Il welfare state europeo veniva descritto come "la" premessa e la ricetta per affrontare le sfide del XXI secolo. Elevati livelli di spesa sociale (e quindi di tassazione), investimenti in istruzione e ricerca (capitale umano), sussidi contro la disoccupazione che accompagnano un mercato del lavoro altamente flessibile, venivano descritti non come un freno alla competitivita' europea e alla sostenibilita' del modello europeo nel lungo termine. Ma bensi' come una condizione per avere una societa' in grado di adattarsi alle nuove condizioni richieste dalla "societa' dell'informazione", mentre la produzione di scarpe o macchinari si sposta verso l'Asia o l'Est Europa.
Era una visione stimolante, e lo era ancora di piu' perche' veniva da oratori inglesi. E' quasi banale essere europeisti in Italia, semplicemente perche' intellettualmente non ci sono alternative. L'Europeismo e' per gli italiani un modo per non isolarsi dal resto del mondo, per reclamare un ruolo da ultima dei grandi stati europei invece che da prima dei piccoli. L'adesione all'Europeismo (e alla Nato) e' stato nel dopoguerra un modo per non dovere prendere una posizione in politica estera e per lavarsi l'onta del fascismo e della II Guerra Mondiale.
La politica inglese e' invece sempre stata sospesa tra Atlantico e Canale della Manica, America e Europa. Ma soprattutto ha fatto vanto (probabilmente giustamente) della propria unicita' e peculiarita'.
Ha fatto quindi effetto ieri sentir dire a Anthony Giddens a altri "abbiamo piu' da imparare noi dall'Europa di quanto abbia l'Europa da imparare da noi". Con il pragmatismo britannico, il tema della discussione non e' stato un pro-europeismo idillico e di facciata, ma una serie di proposte precise su come guardare al futuro, indicando esempi positivi (Svezia, Danimarca, Spagna) e negativi (Francia, Italia) su come aggiustare le politiche economiche e sociali. Alla fine vi era un eccesso di retorica, ma molto meno che nei comuni dibattiti su come "governare la globalizzazione".
All'uscita della conferenza, un amico brasiliano che era con me, e altri ragazzi indiani hanno detto: "Troppo diplomatici. Cosa serve parlare solo di Europa. E tutto il resto?". In effetti mentre noi proviamo a difendere la "fortezza europa", il mondo attorno cambia. Per fortuna ci sono persone che hanno capito che per salvare la fortezza europa, bisogna capire che tante politiche sociali comunemente identificate come ostacoli o freni, possono essere uno stimolo per difendere la posizione nel mondo che cambia (ma hanno sottolinato come un mercato del lavoro troppo chiuso ("In Francia divorziare dalla moglie e' piu' facile che divorziare da un dipendente") e' controproducente in una societa' post-industriale. E in larga parte sono d'accordo.
Da segnalare la barzelletta con cui Giddens a chiuso l'intervento: un arbitro di calcio va in paradiso. S.Pietro lo accoglie all'ingresso e gli dice:
- Tu non puoi entrare in paradiso, a meno che non mi mostri che ha compiuto dei gesti di alta moralita' nella tua vita
- Io sono solo un arbitro di calcio. Non posso aver compiuto azioni moralmente degne. Semplicemente arbitravo partite.
- Allora dimostrami almeno che hai compiuto dei gesti di estremo coraggio
- Be, si! Ero ad Anfield Road. E nella partita tra il Liverpool e l'Everton, ho dato un rigore all'Everton pochi minuti prima della fine della partita. Proprio sotto la curva dove stavano i tifosi del Liverpool.
- In effetti questa e' un gesto coraggioso. E quando e' avvenuto questo?
- Tre minuti fa.

6 Comments:

Blogger Marcello said...

Non solo stiamo tentando faticosamente di rimanere attaccati al treno dei grandi, ma stiamo peraltro annaspando anche in confronto ai grandi piccoli...

E mentre qui la destra organizza girotondi, Ferrara intervista Guzzanti padre (francamente autoreferenziale come talk show) e i comuni italiani tirano un respiro di sollievo per le riduzioni del taglio ICI, tutti quanti avanzano e persino Giddens fa battute, peraltro carine.

Anche il boero ha riso e ha tirato fuori un aneddoto della serie "quando ero a Londra nel '75 e durante QPR-Liverpool ho visto l'arbitro X dare un rigore ai reds all'ultimo minuto".

Amarcord, ormai ci resta solo questo...

8:25 PM  
Blogger Stefano said...

Piccola postilla a quanto scritto nel post. A un "lunch-time debate" (cioe' una sorta di tavola rotonda in cui il relatore mangia mentre parla, sputacchiando pezzi di sandwich in giro per la sala), oggi un sociologo ha detto che e' tempo di finirla di usare il termine "globalizzazione" per caratterizzare il periodo storico che stiamo vivendo. Lui usava il termine "global age" (eta' globale), cosi' come secondo Voltaire il XVIII secolo era stato "l'eta' della ragione"). Lui sosteneva che non era solo un fatto di sinonimi. Globalizzazione indica un processo unidirezionale, con un esito definito e inarrestabile. Il flusso della storia. A cui bisogna adeguarsi.
L'eta' globale in verita' non e' nulla di tutto questo. E' un processo determinato da cambiamenti tecnologici, mutamenti economici, ma anche e soprattutto da scelte politiche. La "globalizzazione" si puo' solo assistere e applaudire. La "global age" va invece capita e disegnata.

Con questo commento immagino che abbia ottenuto l'effetto di eliminare la minima possibilita' che qualcuno metta ancora commenti su questo blog. Spero di no. Marcello tieni duro!!!!

9:15 PM  
Blogger Marcello said...

Vorrei parafrasare Lui iniziando il mio motto con un "Boia chi", ma mi sembra francamente fuoriluogo.

Ma il succo è quello

11:16 AM  
Anonymous Anonimo said...

Londra... Londra... Londra... Che dire di Londra? Molte cose si sono dette o scritte al riguardo, alcune vere, altre semplici falsi stereotipi. Va fatta una premessa: questo è un discorso assolutamente soggettivo, nel senso che, essendoci andato puntualmente almeno una volta all'anno negli ultimi 22 anni e considerandomi praticamente più londinese che italiano, non posso che stare dalla parte di Londra al 200%. Accetto le critiche che le si rivolgono ma, sinceramente, la cosa non mi tange affatto, mi entrano da un orecchio e mi escono dall'altro. E' la città più bella del mondo? Che ne so, ma per me sì, e poi il concetto di "città più bella" è una roba sensa senso. C'è un modo per capire Londra? Forse, non lo so, ma se anche ci fosse, io non lo voglio sapere. Perchè per me vale la filosofia dell'Illusionista: stupisci tutti con il tuo trucco, ma non far vedere come si fa, perchè nel momento in cui ciò accade, il trucco perde il suo valore, la sua bellezza, la sua magia. In fondo, per me Londra rimarrà sempre un sinonimo di magia, e non mi vergogno assolutamente a dire che, ancora adesso, ogni volta che risalgo in superficie dalla stazione di Piccadilly, mi viene un piccolo tonfo al cuore; che tutte le volte che mi infilo in una via in cui non sono mai stato, mi sento eccitato come un bambino davanti ad una mega-svendita di Transformers, consapevole di trovare qualcosa che ti manderà in iperventilazione; che ogni sera che mi fermo sulla collina di Alexandra Park e davanti a me si spiega l'intero centro di Londra, nella mia testa si forma la trama di un film così schifosamente melioso e sdolcinato da farmi schizzare gli zuccheri nel sangue a livelli sconosciuti dalla comunità scientifica; che ogni volta che le ruote dell'aereo fanno "Screech!!" (sull'attenti, fan di Bayside School...o Saved By The Bell, per i fan hardcore...) sulla pista, il mio primo pensiero è "I'm home". Quindi dal basso della mia esperienza posso dire che non sei tu a vivere a Londra, ma è Londra che vive in te. Cercare di capirla e psicanalizzarla è tanto inutile ed impossibile quanto cercare di capire le donne: se si riuscisse in tale impresa, perderebbe tutto il suo fascino. Idem per le donne. Accogli Londra con mente e braccia aperte e lei farà lo stesso con te. Magari ci metterai un po' ad entrare nelle sue grazie (e viceversa), ma è la stessa cosa che a volte succede con un album: la prima volta che lo ascolti ti fa cagare, la seconda raddrizzi le orecchie, la terza capisci che non ne potrai più fare a meno. Adesso vado a farmi un'altra striscia.

11:54 AM  
Anonymous Anonimo said...

ovviamente quello che ho appena scritto non ha niente a che fare con l'ultimo post.

11:55 AM  
Blogger Stefano said...

Cheers Dave. I really appreciate.

2:35 PM  

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